Intelligenza artificiale e creatività umana: perché non tutto si può misurare

Misuriamo tutto: clic, risultati, prestazioni. Ma creatività, intuizione e relazioni umane non sempre si possono trasformare in numeri. Nell’era dell’intelligenza artificiale, il vero valore sta anche in ciò che gli algoritmi non riescono a misurare.

Creatività umana oltre gli algoritmi
Una persona dipinge un’esplosione di colori e creatività accanto a una parete digitale fatta di grafici, numeri e dati, simbolo del valore dell’intuizione umana nell’era dell’intelligenza artificiale.

Abbiamo imparato a misurare tutto tranne quello che conta davvero

Oggi possiamo misurare praticamente qualsiasi cosa

Quante persone visitano un sito, quanto tempo passano su una pagina, quante volte cliccano su un pulsante, quanto costa acquisire un cliente e perfino quante probabilità abbiamo che quel cliente compri.

Abbiamo dashboard, algoritmi predittivi, intelligenze artificiali e strumenti capaci di trasformare montagne di dati in grafici colorati.

Fantastico, ma c’è un piccolo problema: non tutto quello che conta produce un dato.

E soprattutto, non tutto quello che produce un dato conta davvero.

Quando il numero diventa più importante della domanda

Lavorando ogni giorno con il digitale e con l’intelligenza artificiale, mi capita spesso di vedere aziende entusiaste davanti a nuovi strumenti di analisi.

Ed è giusto esserlo i dati servono, eccome!

Il problema nasce quando smettiamo di usarli per capire e iniziamo a usarli per decidere al posto nostro.

Una campagna funziona perché genera tanti contatti? Dipende.

Un contenuto è interessante perché raccoglie migliaia di visualizzazioni? Non necessariamente.

Un collaboratore è produttivo perché completa più attività degli altri? Forse. Ma magari è quello che si ferma dieci minuti per aiutare un collega a risolvere un problema che nessun software aveva previsto.

Se misuriamo soltanto quello che è facile contare, rischiamo di considerare irrilevante tutto il resto.

E il resto, spesso, è proprio ciò che distingue un’azienda dalle altre.

L’intelligenza artificiale sa rispondere ma chi fa le domande?

L’intelligenza artificiale è probabilmente una delle tecnologie più straordinarie con cui abbiamo avuto a che fare.

Può analizzare informazioni in pochi secondi, individuare correlazioni, proporre soluzioni, scrivere codice, generare immagini e semplificare processi complessi.

La uso, la studio e ne vedo continuamente le potenzialità.

Ma c’è una differenza enorme tra trovare una risposta e capire quale domanda valga la pena fare.

Un algoritmo può suggerire la strategia più probabile sulla base di ciò che conosce.

Una persona può osservare lo stesso problema e dire:

«E se stessimo cercando di risolvere la cosa sbagliata?»

È lì che cambia tutto.

Perché l’intuizione non è necessariamente una risposta senza logica a volte è semplicemente una connessione che non abbiamo ancora imparato a spiegare.

La creatività non è un errore del sistema

Pensiamo alla creatività.

Oggi possiamo chiedere a un’intelligenza artificiale di generare cento proposte in pochi minuti.

Cento loghi cento titoli, cento campagne

Ma cento proposte non sono automaticamente cento buone idee.

La creatività non consiste soltanto nel produrre qualcosa di nuovo. Significa capire il contesto, riconoscere un’emozione, interpretare una sfumatura e, qualche volta, avere il coraggio di scegliere una strada che i dati non suggeriscono.

Un algoritmo tende a riconoscere schemi.

Un creativo, quando è bravo, sa anche decidere quando romperli.

E attenzione: questo non significa mettere esseri umani e tecnologia uno contro l’altra.

Significa capire che uno strumento capace di produrre infinite possibilità non sostituisce automaticamente la capacità di riconoscere quella giusta.

Il rischio non è diventare troppo tecnologici

Ogni volta che arriva una nuova tecnologia, la discussione finisce quasi sempre nello stesso punto: sostituirà le persone?

Credo sia una domanda piuttosto limitata.

Quella che mi interessa di più è un’altra: stiamo usando la tecnologia per rendere le persone più capaci o per renderle sempre meno necessarie nelle decisioni?

Perché possiamo automatizzare attività ripetitive, velocizzare analisi e liberare tempo.

Ma quel tempo dobbiamo poi sapere come utilizzarlo.

Se risparmiamo due ore grazie all’intelligenza artificiale e le riempiamo immediatamente con altre venti attività da misurare, forse abbiamo migliorato un processo.

Non è detto che abbiamo migliorato il modo di lavorare.

E non è la stessa cosa.

Quello che resta fuori dall’algoritmo

C’è qualcosa che continuo a trovare particolarmente interessante nel mio lavoro.

Le idee migliori non arrivano sempre da un report.

A volte nascono durante una conversazione che doveva durare cinque minuti da un’obiezione di un cliente da un collega che vede un problema da un punto di vista completamente diverso.

A volte nascono perfino da un errore.

Sono momenti difficili da prevedere, complicati da classificare e quasi impossibili da inserire in una dashboard.

Eppure possono cambiare un progetto, una strategia o il modo stesso in cui un’azienda affronta il proprio futuro.

Non sto dicendo che dobbiamo fidarci soltanto dell’istinto sarebbe assurdo, soprattutto per chi lavora con la tecnologia.

Sto dicendo che i dati devono aiutarci a vedere meglio, non convincerci che esista soltanto ciò che possiamo misurare.

Perché il futuro delle imprese non sarà determinato soltanto da chi avrà gli algoritmi migliori.

Ma anche da chi saprà conservare curiosità, pensiero critico, creatività e capacità di mettere in discussione le risposte.

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