Se lo fanno tutti, un motivo ci sarà, Oppure no

Il conformismo ha un grande vantaggio: permette di sentirsi dalla parte giusta senza affrontare la fatica di capire da che parte si stia andando.

C’è una frase che gode di ottima salute, soprattutto nelle riunioni aziendali: «fanno tutti così»

Viene pronunciata con la sicurezza di chi ha appena fornito una prova inconfutabile, di solito chiude una discussione, giustifica un investimento o mette a tacere qualche fastidiosa obiezione.

Il ragionamento è semplice: se una cosa la fanno tutti, deve funzionare e se funziona per gli altri, perché mai dovrebbe essere diversa per noi?

Peccato che la storia sia piena di persone che hanno sbagliato in compagnia e il fatto di essere numerosi non ha mai reso un errore particolarmente intelligente.

Eppure continuiamo a confondere la diffusione di un comportamento con la sua validità, un’equazione piuttosto discutibile, che oggi sembra essere diventata uno dei principali criteri con cui si prendono decisioni.

Il mercato delle certezze preconfezionate

Ogni periodo ha le sue parole d’ordine, termini che improvvisamente diventano indispensabili, concetti che tutti devono conoscere, strumenti senza i quali sembra impossibile immaginare un futuro.

Ieri bisognava essere sui social, poi bisognava fare video, poi essere sostenibili, diventare agili, digitalizzare tutto, oggi bisogna integrare l’intelligenza artificiale, possibilmente prima di aver capito esattamente dove e come mi può essere utile

Attenzione: molte di queste trasformazioni sono state, e sono, importanti, alcune hanno modificato profondamente il modo di lavorare, produrre e comunicare.

Il problema non è la novità è l’entusiasmo automatico con cui viene accolta.

Basta che qualcosa venga presentato come innovativo perché improvvisamente diventi desiderabile. Poco importa se risolve un problema reale, se produce un vantaggio concreto o se, più modestamente, complica qualcosa che prima funzionava benissimo.

L’importante è esserci partecipare, poter dire di averlo fatto

Perché oggi, a quanto pare, il rischio maggiore non è prendere una decisione sbagliata è sembrare meno aggiornati degli altri.

Quando l’imitazione si traveste da strategia

Il fenomeno è particolarmente evidente nelle aziende,

Un concorrente apre un nuovo canale di comunicazione? Bisogna esserci.

Un’altra impresa introduce un software? Serve anche a noi.

Qualcuno racconta di aver rivoluzionato la produttività con l’ultima tecnologia? Si organizza immediatamente una riunione per capire come acquistarla.

Raramente la prima domanda è quella più semplice: a noi, esattamente, cosa serve?

Si preferisce partire dalla soluzione e cercare successivamente un problema abbastanza convincente da giustificarla.

È un approccio che ha il pregio di alimentare il mercato della consulenza, quello dei software e quello delle presentazioni ricche di parole inglesi, un po’ meno quello dei risultati.

Naturalmente osservare ciò che fanno gli altri è utile, anzi, spesso necessario.

Ma osservare non significa imitare e una strategia, per meritare questo nome, dovrebbe contenere qualcosa di più di un elenco di iniziative già viste altrove.

La dittatura del nuovo

C’è poi un’altra convinzione che meriterebbe una certa diffidenza: l’idea che nuovo significhi necessariamente migliore.

Abbiamo costruito un’intera cultura intorno all’aggiornamento continuo tutto deve evolvere, trasformarsi, reinventarsi, anche ciò che funziona.

Una procedura consolidata diventa improvvisamente vecchia, un metodo efficace viene considerato superato, un’esperienza maturata negli anni rischia di perdere valore semplicemente perché non è accompagnata da un termine sufficientemente moderno.

Sembra quasi che l’innovazione debba essere misurata dalla quantità di cose che riusciamo a cambiare, anziché dalla qualità dei miglioramenti che otteniamo.

Ma cambiare non è un merito in sé.

Si può cambiare in meglio, naturalmente, ma anche in peggio, oppure senza andare da nessuna parte.

E non c’è nulla di particolarmente rivoluzionario nel sostituire un problema conosciuto con uno nuovo, magari più costoso.

Il dubbio è diventato una forma di maleducazione

La parte più interessante, però, riguarda il modo in cui reagiamo a chi non si adegua immediatamente.

Provate a esprimere qualche perplessità davanti all’ultima tendenza del momento.

Nel migliore dei casi verrete considerati prudenti, nel peggiore, resistenti al cambiamento. Espressione che ormai viene utilizzata con una certa generosità per classificare chiunque abbia l’ardire di chiedere spiegazioni.

È curioso come una società che celebra il pensiero critico sembri tollerarlo sempre meno quando viene esercitato davvero.

Siamo favorevoli alle domande, purché non mettano in discussione le risposte che abbiamo già deciso di darci.

Eppure il dubbio non è il nemico del progresso è uno dei suoi strumenti più preziosi.

Dubitarne non significa opporsi a una novità, significa pretendere che dimostri il proprio valore.

Una distinzione elementare, che nell’entusiasmo generale tendiamo a dimenticare.

E se il vero progresso fosse tornare a ragionare?

Forse dovremmo smettere di considerare l’innovazione come una gara di velocità.

Non vince necessariamente chi arriva per primo, chi adotta più strumenti o chi riesce a infilare il maggior numero di parole alla moda nel proprio piano industriale.

A volte la scelta più intelligente è aspettare, altre volte è cambiare radicalmente, altre ancora è conservare qualcosa che funziona, senza sentirsi obbligati a chiedere scusa.

Il punto è avere abbastanza lucidità per distinguere le tre situazioni.

Perché evolvere non significa inseguire ogni cambiamento significa saper riconoscere quelli che meritano di essere affrontati.

E questa capacità richiede competenza, spirito critico e una certa indipendenza di giudizio, qualità meno appariscenti dell’ultima innovazione tecnologica, ma decisamente più difficili da acquistare.

La prossima volta che qualcuno proporrà un’idea sostenendo che «ormai fanno tutti così», sarebbe interessante chiedergli se abbia anche qualche altra ragione.

Se la risposta non arriva, forse non siamo davanti a una strategia, siamo davanti a una moda.

E le mode, si sa, hanno un pregio straordinario: quando passano, quasi nessuno ammette di averle seguite.

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